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La tragedia
fondamentale della storia tedesca Alla luminosa fioritura del
genio europeo che si associa per noi ai nomi di Shakespeare e di
Cervantes, seguì immediatamente una catastrofe che piombò gran parte
dell'Europa centrale in un abisso d'infelicità e di barbarie. La guerra
dei trent'anni, iniziatasi con una rivolta religiosa nella Boemia, avrebbe
potuto facilmente essere isolata, ma, non trovando invece ostacolo alcuno,
travolse nella lotta, quantunque in grado diverso, quasi tutti gli stati
europei. Tuttavia, benché Danimarca e Svezia, Francia e Inghilterra,
Savoia e Paesi Bassi rappresentassero una parte nella tragedia, principale
teatro della guerra fu sempre l'impero tedesco, e primi a soffrirne il
popolo tedesco e il boemo. La natura non aveva favorito i tedeschi,
tagliati fuori, per la loro posizione geografica, dalle imprese coloniali
che, nel diciassettesimo secolo, avevano arricchito le potenze oceaniche.
A questo ostacolo di natura geografica si aggiunse ora la depressione
sociale, prodotta dalle devastazioni di una guerra condotta con una
ferocia di cui la storia offre pochi esempi. È impossibile in verità
esagerare le sofferenze degl'inermi contadini dell'impero tedesco in
questi tempi di ferro: saccheggi, carestia, fame, persino cannibalismo.
Interi villaggi scomparvero e, come sempre accade in epoche di estrema e
disperata calamità, i freni morali si allentarono, dando luogo a scoppi
selvaggi di dissolutezza. All'inizio del secolo sedicesimo, la Germania
era in primo piano nella civiltà europea. Alla fine della guerra dei
trent'anni (1648), priva di letteratura e di arte, appesantita da una
lingua quasi incomprensibile, appariva, quanto a modi e costumi sociali,
di poco superiore alla barbarie moscovita.
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Ferdinando
II Primum mobile della guerra fu un gesuita coronato.
Giudicato alla luce dei mutamenti attuati per sua personale iniziativa,
Ferdinando di Stiria (1619-37), divenuto più tardi l'imperatore Ferdinando
II, dev'esser considerato come uno dei grandi uomini d'azione del secolo.
Fu il primo allievo di un collegio di gesuiti che salisse al trono
imperiale; e sulla sua intelligenza angusta, esasperata e permeata dalla
dottrina gesuitica, dominava un'unica passione, un unico scopo: odiava i
protestanti e stabilì di sradicarli dai suoi dominii. Con una risoluta
politica di persecuzione, iniziata nella Stiria (1598), continuata nella
Boemia, e diffusa in lungo e in largo per tutti i suoi possedimenti
austriaci, riuscì nel suo scopo di «liquidare» gli eretici e di
concentrare tutta la vita intellettuale e religiosa del regno sotto il
ferreo dominio dell'ordine dei gesuiti. Ma terribile prezzo della sua
vittoria fu il violento sovvertimento di tutta l'impalcatura della società
boema e, tra l'altro, lo scoppio della guerra dei Trent'anni. Pochi sono
gli uomini onesti, devoti e coerenti come lui che abbiano attirato sul
mondo sì gran valanga di miserie, imponendo allo spirito di un popolo un
così lungo periodo di costrizione teologica.
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Carattere generale della
guerra La lunga e rovinosa lotta non fu però combattuta per
scopi insignificanti; si trattava di decidere se la Germania dovesse
essere strappata alla Controriforma, con grave danno dell'avanzata dei
gesuiti, conservando alla chiesa luterana e alla calvinista il dominio su
grandi tratti dell'Europa centrale. Ma la religione, pur essendo il motivo
fondamentale e appassionante non era allora, come forse non fu mai,
l'unico che operasse sullo spirito degli statisti. La guerra dei
trent'anni rivelò nel modo più lampante l'impossibilità della Germania a
riunirsi nuovamente sotto una forte costituzione imperiale. Dimostrò che
anche i prìncipi tedeschi, fautori della chiesa romana, erano anzitutto
preoccupati della propria posizione territoriale e, piuttosto che cercar
di ridare all'impero cattolico una posizione di vera autorità nella
Germania, preferivano rimaner neutrali o addirittura allearsi coi
francesi: cosicché la guerra, perpetuando le divisioni religiose della
Germania, ne confermò pur l'anarchia politica. Ma esisteva un altro
problema politico che entrava largamente nei motivi dell'epoca ed ebbe
gran peso nella definitiva sistemazione ottenuta con la pace di Westfalia
(1648). A chi spettava il dominio del Baltico? La grande epoca della Lega
anseatica era ormai tramontata. Da tempo Lisbona e
Anversa, Amsterdam e Londra avevano superato di gran lunga, dopo
l'apertura delle nuove vie oceaniche, Lubecca e Rostock, Stralsund e
Danzica. Pretendenti alla supremazia nel Baltico non erano più le
repubbliche tedesche della Lega, ma i regni rivali di Danimarca, Svezia e
Polonia, formidabile il primo per il suo dominio sul Sund e la sua
occupazione delle tre provincie svedesi meridionali, e il secondo per
l'energia e intelligenza dei suoi re eccezionali, mentre la Polonia,
governata da un principe cattolico della casa dei Vasa, pareva annunziare
che un giorno anche la Svezia sarebbe sottoposta ai dominio straniero dei
gesuiti e degli slavi.
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Compito della
Svezia È perciò caratteristico della guerra dei trent'anni che
gli svedesi, pur combattendo per la causa protestante e contribuendo in
modo decisivo alla sua definitiva vittoria, si preoccupassero anche
vivamente di conquistare il dominio politico e commerciale della costa
baltica meridionale e la libertà del Sund per il loro commercio, e che si
servissero della guerra religiosa della Germania per raggiungere i loro
scopi, trovandosi, alla fine, in virtù delle loro conquiste tedesche,
padroni del Baltico e con un posto predominante nella Dieta. L'epoca della
Russia non era ancor giunta; e le provincie baltiche le furono facilmente
strappate dagli svedesi. Quanto agli Hohenzollern del Brandeburgo, a cui
doveva in definitiva toccarne il possesso, il mare li separava dalla
Pomerania e tenevano la Prussia orientale come feudo polacco. Era l'ora
della Svezia. Per la prima volta, dopo le migrazioni gotiche, questo paese
povero e sterile che contava un milione e mezzo di abitanti, ricomparve
sulla scena della politica mondiale, contribuendo allo svolgimento della
storia. Un grande re, appartenente a una dinastia eccezionale per talento
ed energia, con radici profonde nell'affetto e nella devozione dei
contadini, sorse come campione della religione protestante, fece della
Svezia una potenza di prim'ordine e con una serie di brillanti vittorie,
in gran parte finanziate dalla Francia, trasformò il Baltico in un lago
svedese.
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Insurrezione protestante
in Boemia Esistono, nella storia dei popoli, momenti in cui
cause diverse cospirano a eccitare pericolosamente la pubblica opinione.
Il centenario della Riforma Protestante (1617) segnò appunto un momento
simile. Da tempo le discordie religiose nell'Europa centrale minacciavano
un'esplosione generale. Vi erano stati incidenti gravi, persino piccoli
scoppi di guerra aperta, fortunatamente circoscritti, come a Colonia nel
1580, e un'agitazione così diffusa da giustificare la formazione di una
Unione evangelica armata difensiva (1608), cui si oppose immediatamente
una Lega cattolica, appoggiata dalla Spagna. Soltanto l'assassinio di
Enrico IV di Francia impedì, nel 1610, una guerra generale per la
successione ai ducati di Clèves-Jülich. Ed ecco, proprio nell'anno del
centenario, quando più ardeva la battaglia dei libelli contrastanti,
nell'atmosfera fatta rovente dalle recriminazioni dei teologi rivali, la
notizia che Ferdinando, il persecutore dei protestanti della Stiria, era
salito al trono d'Ungheria e di Boemia ed era designato a succedere
nell'impero all'anziano cugino Mattia. I protestanti di Boemia, benché
abbastanza numerosi e potenti per ottenere dall'imperatore Rodolfo uno
statuto di tolleranza (Litterae majestaticae del luglio 1609), non
avendo parte alcuna nel congegno del governo, avevan dovuto vedere l'amato
statuto amministrato in senso contrario ai loro interessi dal gruppo di
reggenti o ministri reali, incaricati dall'imperatore Mattia del governo
del paese. Le litterae majestaticae concedevano ai nobili e alle
città reali della Boemia, della Slesia e della Lusazia il diritto di
costruire templi e di praticare la forma boema del luteranesimo. In due
posti soltanto, si diceva, a Braunau e Klostergrab, tale diritto era stato
reso vano dall'intolleranza del clero cattolico, appoggiato dall'autorità
imperiale. La chiesa protestante di Klostergrab era stata abbattuta;
imprigionati, a Braunau, i protestanti che si agitavano contro la
persecuzione cattolica. Se tutto ciò avveniva sotto il governo di Mattia,
che potevano mai sperare i protestanti da Ferdinando? Già la notizia che
il persecutore dei protestanti della Stiria era re e sarebbe presto
imperatore aveva riempito di gioia tutti i gesuiti del paese. Ecco perché,
sotto la guida di un nobile calvinista, Enrico Mattia di Thurn, i
protestanti boemi decisero d'insorgere.
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La defenestrazione di
Praga A un decreto reale che proibiva ai protestanti di
riunirsi in assemblea, i nobili boemi risposero con la famosa
«defenestrazione di Praga», prima scintilla della lunga guerra. Il peso
dell'odiosa politica reale ricadeva su due ministri cattolici, Martinitz e
Slawata, legati in modo particolare all'ultimo impopolare governo. Durante
una violenta intervista nel Hradshin, il grande palazzo-fortezza che si
erge cupo al disopra della città, questi due uomini e il loro segretario
privato furon gettati da una finestra nel fossato del castello, con atto
di collera premeditata, inteso a dimostrare agli interessati che la
pazienza dei protestanti boemi era ormai esaurita e i calvinisti
finalmente decisi a colpire. Una grande opportunità si offriva ora
all'elettore luterano di Sassonia e all'Unione Evangelica. Se si fosse ben
chiarito, a vantaggio di questo potente gruppo di prìncipi tedeschi, che
le litterae majestaticae dovevano essere rispettate, e si fosse
convinto il collegio elettorale a insistere su di esse come condizione
indispensabile per l'elezione di Ferdinando a imperatore, forse la Boemia
si sarebbe calmata e si sarebbe evitata la guerra. Ma l'Unione Evangelica
non era formata da un gruppo di uomini valorosi e intelligenti. Non
combatté la ribellione, ma neanche seppe darle attivo aiuto, e Ferdinando
salì al trono senza incontrare opposizione (1619).
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Il conte Palatino e la
corona della Boemia Il protestantesimo boemo non era stato mai
né forte né unito, e, se non trovava alleati, doveva inevitabilmente
perire. In oriente sperava nei turchi, nei protestanti ungheresi e
nell'incerto appoggio di un misterioso e barbaro principe calvinista della
Transilvania, chiamato Bethlen Gabor; a sud nei protestanti dell'Austria;
a ovest, poiché la Sassonia era inerte e impotente, nel Palatinato,
vigorosa fortezza del calvinismo. Deposto Ferdinando, i boemi offrirono la
corona a Federico V, l'elettore Palatino, o, come lo si chiamava allora in
Inghilterra, il «Palgravio». Era naturale che i puritani inglesi,
dominanti ormai a Westminster, considerassero il Conte Palatino come il
campione della causa protestante sul continente. Sua madre era figlia di
Guglielmo il Silenzioso; sua moglie, l'affascinante Elisabetta, figlia di
Giacomo I, il re inglese allora regnante. Ogni protestante inglese non
privo di coraggio era disposto a impugnare la spada per la principessa
inglese, il cui giovane marito tedesco pareva destinato a guidare la
rivolta contro l'Austria e la Spagna. A Londra era assai popolare l'idea
che si dovessero mandare truppe inglesi a difendere il Palatinato mentre
il Conte Palatino muoveva alla riscossa della Boemia.
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Responsabilità di
Giacomo di Inghilterra Giacomo I però non condivideva
questo entusiasmo naturale, innebriante, ma ben poco saggio. E bisogna
riconoscere che, in un certo senso, questo re pedantesco era più
illuminato dei suoi sudditi. Credeva nella possibilità di un'unione
profonda tra l'Inghilterra e la Scozia e pensava che, dopo le lunghe e
sanguinose lotte religiose, era ormai tempo che regnasse in Europa un po'
di pace e di tolleranza. Conchiuse perciò, nel 1604, una pace impopolare
con la Spagna e, sedotto da un compìto e affascinante ambasciatore, stava
appunto combinando per suo figlio un matrimonio spagnolo altrettanto
impopolare quando si trovò a dover rispondere all'offerta boema e al
deciso sentimento dei suoi sudditi. Un saggio e preveggente statista
avrebbe cercato in ogni modo di dissuadere il Conte Palatino dall'iniziare
un'impresa disperata, destinata a trascinare in guerra l'Europa tutta, dai
Carpazi sino al Reno. Ma Giacomo non volle usare presso il genero
dell'efficacia di cui avrebbe indubbiamente potuto giovarsi, e dobbiamo
perciò considerarlo in gran parte responsabile dei mali che
seguirono.
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La battaglia della
Montagna Bianca Ed eccone le conseguenze. Il Conte Palatino,
che non era affatto un campione, ma un giovane inesperto e piuttosto
timido, cedette alla pressione degli scalmanati calvinisti e, senza
pensare al seguito, si lasciò incoronare re di Boemia. Un'aspra battaglia
sulla Montagna Bianca, a poche miglia fuori di Praga (novembre 1620),
bastò per decidere il suo fato. Un valoroso avrebbe forse tentato di
radunare intorno a sé i fuggitivi. Il giovane calvinista invece si limitò
a fuggire con la sua graziosa moglie, abbandonando i protestanti di Boemia
alla mercé di Ferdinando; il quale, appoggiato ora non soltanto dai
cattolici della Lega, ma anche dai luterani di Sassonia, non aveva ragione
alcuna di esser mite verso i ribelli che avevano congiurato coi turchi,
minacciato Vienna, e posto sul suo trono un eretico chiamato dall'altra
estremità della Germania. Decise perciò di estirpare dalla Boemia la
religione protestante, e in questa sua risoluzione ebbe un successo
raramente uguagliato nella storia della persecuzione. Un sistema di
conquista diffusa e spietata repressione mise il paese sotto il giogo
austriaco. S'impose ai céchi una classe dirigente intollerante quanto
quella dei colonizzatori inglesi in Irlanda, e che non doveva essere
seriamente minacciata fino al diciannovesimo secolo. Funzionari tedeschi
governarono nello Hradshin, preti gesuiti furon messi a dirigere
l'educazione nel Clementinum. Al seguito dei nobili, degli avventurieri e
dei funzionari tedeschi, dei preti gesuiti e dei monaci cappuccini,
giunsero anche i legulei tedeschi a bandire i princìpi autocratici della
legge romana. Sotto la loro rigida dottrina, i contadini boemi furono
calpestati e ridotti in schiavitù. Prima conseguenza dell'impresa del
Conte Palatino fu perciò la creazione di uno stato servile in
Europa. [...]
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Intervento della
Danimarca Trovare alleati era ora più che mai necessario ai
calvinisti, se volevano riconquistare questi territori d'importanza
vitale; poiché, tra le altre conseguenze, l'avventura del Conte Palatino
aveva spinto la Sassonia e i luterani dalla parte dell'imperatore,
provocando così lo scioglimento dell'Unione Evangelica. Il fatto che la
Sassonia luterana si fosse unita alla Boemia cattolica in difesa del
cattolicesimo e per Ferdinando di Boemia, rivelava chiaramente il profondo
antagonismo tra la fede luterana e calvinista che, prevalente sia
dall'inizio, era stato più d'una volta fatale all'azione efficace dei
protestanti. Ma rivelava anche un altro importante elemento politico: il
forte conservatorismo dell'elettore sassone, la sua ripugnanza ad
appoggiare le innovazioni violente e il suo desiderio di collaborare con
l'imperatore finché gli fosse possibile. Nel momento più critico, i
protestanti combattenti della Germania chiesero e ottennero l'aiuto di
Cristiano di Danimarca. Non certo ansia e sollecitudine per la religione
protestante spinsero questo monarca luterano a intervenire nella contesa
germanica, ma piuttosto l'avidità suscitata in lui dal possibile bottino
cattolico. Aspirando tra l'altro ad acquistare una bella posizione per i
suoi figli, sperava di ottenerla con le rendite di certi vescovati della
Germania settentrionale; e, poiché l'avidità per le proprietà
ecclesiastiche non era affatto particolare ai danesi, ma ampiamente
condivisa dai prìncipi protestanti della Sassonia inferiore, non fu
difficile, con qualche incoraggiamento da parte della corte d'Inghilterra,
combinare un'alleanza, mettere insieme un esercito e decidere una
campagna.
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Wallenstein Mentre tutto questo si veniva
preparando nel nord, un importante mutamento si verificava nella direzione
militare delle forze cattoliche. I primi trionfi della Controriforma nella
Boemia e nel Palatinato non furono ottenuti dall'esercito imperiale di
Ferdinando, ma dai contingenti tedeschi di Massimiliano di Baviera. Che la
protezione dell'imperatore dipendesse così da un vicino che poteva anche
trasformarsi in rivale, era una situazione che Vienna considerava ormai
intollerabile. Una politica imperiale esigeva un esercito imperiale e un
comandante imperiale. Ed ecco, a soddisfare questa esigenza, l'enigmatica
e potente figura di Alberto Venceslao von Waldstein, principe di
Friedland, noto comunemente sotto il nome di Wallenstein. Questo principe
era un nobile boemo, utraquista per nascita ed educazione [con questo nome
erano indicati gli hussisti della Boemia, a cui era stato concesso l'uso
del calice nel sacramento dell'Eucarestia], che già aveva dimostrato le
proprie qualità nella guerra contro i turchi. Poco o nulla si curava di
religione, quando non si voglia definir tale l'astrologia; ma nutriva in
compenso desideri e ambizioni sufficienti a creare o rovinare un impero.
La sua ricchezza era enorme, poiché egli ricavava denaro dalla guerra,
dalle speculazioni terriere, da tutto ciò che toccava; e la sua ambizione
non era inferiore al suo destino. Il grande palazzo di Praga, con le sue
statue e il suo portico italiano, le lunghe sale ornate da pomposi
candelabri, le tappezzerie, i quadri e le curiosità, sopravvive come
ricordo del buon gusto, dello splendore e della fortuna di Wallenstein.
Ecco l'uomo che si offriva ora, di radunare a proprie spese un esercito
per Ferdinando, con l'unica condizione che, mentre l'artiglieria e le
munizioni catturate in guerra sarebbero consegnate all'imperatore, il
bottino fosse invece riservato alle truppe.
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Minaccia cattolica del
nord Nella campagna protestante del 1626 si posson distinguere
due imprese diverse, terminate entrambe con un disastro: un attacco, in
collaborazione col principe di Transilvania, contro gl'imperiali a est, e
un'avanzata verso sud, dalla Danimarca, contro l'esercito della Lega
cattolica. Il progetto orientale non ebbe altra conseguenza che la morte,
in un lontano villaggio bosniaco, di Mansfield, il miglior condottiero dei
protestanti. Quanto ai danesi, un colpo schiacciante vibrato loro a
Lutter, nella Turingia (27 agosto), fu sufficiente ad affermare la
superiorità di Tilly e Wallenstein, ad aprire lo Schleswig-Holstein
all'avanzata dei cattolici, e a togliere ai danesi ogni efficacia nella
contesa. Di nuovo la causa protestante era caduta nell'abisso più
profondo, e di nuovo la stessa completezza del trionfo imperiale creò
forze di reazione destinate a limitarlo e frenarlo. Nell'esaltazione
prodotta dalla vittoria, gli elettori cattolici concepirono un'idea
abbastanza naturale ma poco saggia, perseguita con conseguenze perniciose
agli interessi dell'imperatore. Una massa considerevole di ricchezza
ecclesiastica, che comprendeva nella Germania settentrionale due
arcivescovati e dodici vescovati, era, sin dal 1552, passata dai cattolici
ai protestanti. Parte di questa imponente proprietà era stata spesa
degnamente a sostenere la chiesa luterana; il resto, assai meno
degnamente, a soddisfare le esigenze e il lusso dei prìncipi secolari.
Tutto questo bottino doveva ora, in virtù di un editto del 6 marzo 1629,
ritornare ai suoi proprietari cattolici. È facile immaginare come simile
sconvolgimento turbasse gli amministratori protestanti, costretti, sotto
la tirannica pressione delle truppe di Wallenstein, a cedere una proprietà
che da molti anni ormai consideravano propria. Gli stessi cattolici
incominciarono a mormorare quando seppero che i padri gesuiti si venivano
insinuando anche nelle abbazie dove non erano stati mai prima d'allora e
che, dietro consiglio di Wallenstein, si divisava di creare, con quattro
ricche sedi della Germania settentrionale, un principato per un principe
ereditario. A quale scopo, si chiedevano i tedeschi sia cattolici che
protestanti, tendevano la posizione e gli atteggiamenti di Wallenstein?
Era ammiraglio del Baltico e duca del Meclemburgo; il suo grande esercito,
composto di soldati di ogni fede e di ogni paese, saccheggiava allo stesso
modo cattolici e protestanti. Pensava forse di far del suo padrone il
despota della Germania? Oppure sognava di costruire un regno per sé? Il
suo furioso zelo per la religione romana era forse soltanto una unzione di
cui si serviva per mascherare il suo intento di abbattere la libertà della
Germania a favore degli interessi austriaci? Tali i dubbi di molti spiriti
protestanti e cattolici della Germania. Massimiliano di Baviera era un
onesto papista, ma non aveva combattuto per Ferdinando alla Montagna
Bianca per permettere a un condottiero boemo di calpestar con gli zoccoli
ferrati dei suoi cavalli i prìncipi tedeschi. Alla Dieta di Ratisbona
(luglio 1630) insisté perché Wallenstein fosse congedato e, con grande
sorpresa dei tedeschi, fu accontentato. Di questa incipiente rivolta
contro l'impressionante dominio dell'Austria, la Francia, sotto la guida
del cardinale di Richelieu, approfittò abilmente e prontamente. Disarmando
la Baviera con un trattato segreto, accettò di finanziare (Trattato di
Bâlwalde, 23 gennaio 1631) un'invasione svedese nella Germania, allo scopo
di rialzare le fortune della causa protestante.
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Gustavo Adolfo
ristabilisce l'equilibrio Da qualunque punto di vista si voglia
considerarla, la figura di Gustavo Adolfo di Svezia ci appare alta e
luminosa. Brillante linguista - parlava infatti otto lingue -, grande
soldato e istruttore di soldati, statista di ambizioni ampie ma non
inattuabili, sincero, appassionato e semplice credente nella fede
ereditata dai suoi padri, Gustavo fu superiore agli altri statisti della
sua epoca per energia, semplicità e integrità di carattere. Generalmente
parlando, i due grandi motivi che diressero la sua vita furono la patria e
la fede. Per la Svezia egli desiderava una partecipazione sicura, non
molestata e predominante, nel commercio del Baltico e a tale scopo, e
anche come scudo contro Russia e Polonia, una lunga striscia della costa
Baltica meridionale; per il protestantesimo tedesco, la vittoria contro i
cattolici e un territorio più ampio, al sicuro da ogni attacco. Passò
guerreggiando la sua matura giovinezza. Combatté i danesi, i russi e più
tardi Sigismondo Vasa, il cattolico re di Polonia, appartenente alla sua
stessa famiglia, che aspirava a governare la Svezia imponendovi la fede
romana. In queste difficili guerre sotto gl'inclementi cieli polacchi,
Gustavo si foggiò lo strumento che lo rese famoso negli annali della
storia militare. L'esercito svedese, di cui facevan parte molti
gagliardi scozzesi, aveva cinque caratteristiche importanti: i soldati
portavano un'uniforme; i reggimenti erano piccoli ed equipaggiati in modo
da potersi spostare rapidamente; una leggera artiglieria mobile da campo,
facile da maneggiare e brillantemente manovrata, rafforzava la fanteria; i
moschetti erano di tipo superiori a quelli generalmente in uso; la
cavalleria, invece di galoppare incontro al nemico, scaricando le pistole
secondo l'uso olandese per poi tornare indietro a ricaricarle, muoveva
all'assalto ad arma bianca. A questi vantaggi, la virtù del comandante
dava un'efficacia incalcolabile. Regolando ogni particolare, condividendo
ogni difficoltà, accettando qualunque rischio, valendosi di ogni
opportunità, Gustavo animava i suoi rapidi e focosi seguaci a sopportare,
obbedire e, se necessario, morire. Prima dell'importante trattato con
la Francia, Gustavo era già a sud del Baltico e ben stabilito nella
Prussia orientale e nella Polonia occidentale. Se mai aveva nutrito dubbi
circa l'opportunità di una campagna in Germania per la limitazione del
potere imperiale, tali dubbi furono dissipati da manifesti segni
d'ostilità da parte di Ferdinando. Sostenendo che l'impero di Svezia
apparteneva per diritto al membro cattolico della casa dei Vasa governante
in Polonia, l'imperatore rifiutò di riconoscere a Gustavo il titolo di re.
Non ci voleva molto a capire che dietro questo rifiuto si celava un piano
di restaurazione cattolica nella Svezia nella persona del re polacco
Sigismondo. Quando Wallenstein si fu impadronito della Germania
settentrionale, procedendo in seguito ad assediare Stralsund, Gustavo
giudicò ch'era giunto il momento d'intraprendere un'aspra lotta per la
Svezia e per la fede. Ferdinando gli era nemico per tre diverse ragioni:
come amico della Polonia, come campione della chiesa romana e come diretto
pretendente alla potenza nel Baltico - e tutta la Germania sembrava ai
piedi di Ferdinando. Ma, nonostante le sue ampie e generose vedute e il
suo sogno di creare una federazione protestante nella Germania,
«l'invincibile monarca, baluardo della fede protestante, leone del nord,
terrore dell'Austria, Gustavo Adolfo» non riuscì meglio dei danesi a
risolvere il tormentato problema di dare ai tedeschi la pace
religiosa. Agli studiosi d'arte militare di tutta Europa, non ultimi
quelli d'Inghilterra e di Scozia, come la guerra civile doveva presto
dimostrare, il metodo di Gustavo servì come modello. La sua rapida
campagna vittoriosa nella Germania settentrionale, la sua schiacciante
vittoria sull'esercito, superiore per numero, di Tilly a Breitenfeld (17
settembre 1631), l'avanzata delle armi protestanti su Praga a oriente, e
su Magonza e Worms a occidente, la sconfitta finale di Tilly sul Ledi, e
l'ingresso di Gustavo a Monaco, formano un complesso di imprese
abbaglianti che per molto tempo suscitarono l'ammirazione europea. In meno
di due anni le fortune delle due dottrine rivali eran state violentemente
capovolte. Ma nella vittoria svedese v'era più apparenza che sostanza.
Un esercito straniero malpagato che viva sfruttando il paese non può
essere popolare. I protestanti tedeschi eran restii a sostenere una
potenza di cui sospettavano con buone ragioni che tendesse soprattutto a
conquistare territori tedeschi. Contrariamente alle speranze di Richelieu,
i cattolici, esasperati dal sistematico saccheggio delle brigate
giallo-azzurre, videro negli svedesi non degli amici, ma dei nemici,
cosicché, invece di muovere unite contro Ferdinando, Svezia e Baviera si
gettarono l'una contro l'altra. Da questo conflitto Gustavo uscì
vittorioso. Ma doveva ancor fare i conti con un esercito imperiale,
nuovamente raccolto e guidato da Wallenstein, abbastanza forte per
cacciare i sassoni dalla Boemia e che, dopo la sua unione con le forze di
Massimiliano, contava ben 60.000 uomini. A Norimberga, Gustavo,
misurandosi contro il grande boemo, subiva la sua prima sconfitta; e,
benché se ne rifacesse sul sanguinoso campo di Lützen (16 novembre 1632),
a poco giovò il coraggio degli svedesi, poiché il loro re, senza che essi
lo sapessero, era caduto combattendo. «Io sono il re di Svezia», disse, a
quanto pare, ai corazzieri che gli chiedeva chi fosse, mentre giaceva al
suolo mortalmente ferito, «e consacro col mio sangue la causa della
religione e della, libertà tedesca».
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Oxestierna e l'alleanza
di Heilbronn Con la morte di Gustavo, scomparve dalla contesa
l'ultima parvenza d'idealismo protestante. Ma la guerra continuò: ché la
Svezia non era disposta ad abbandonare una lotta da cui aveva ricavato il
prezioso baluardo della Pomerania, il saccheggio di molte facoltose città,
e un posto importante nei concilii europei. Se Gustavo era morto,
rimaneva, come reggente del regno svedese durante la minore età della sua
figlioletta, il perspicace statista che, compagno delle sue preoccupazioni
e dei suoi sogni, portava da tempo il peso del governo civile e aveva
raccolto nelle proprie mani le redini della diplomazia estera. Oxenstierna
era ben deciso a conservare alla Svezia il predominio sulla Germania
protestante. I marescialli di Gustavo, che consideravano la guerra come
sale dell'esistenza, non attendevano che il suo cenno; e col loro aiuto,
rafforzato dagli sforzi dei franconi, degli svevi, e delle due regioni
renane (Alleanza di Heilbronn, 23 aprile 1633), il cancelliere svedese
sperava ancora di poter assicurare una pace vittoriosa alla causa svedese
e protestante.
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Assassinio di
Wallenstein e pace di Praga Con assai minor coerenza di
propositi, anche Wallenstein meditava un piano per risolvere la questione
tedesca. Nella cricca gesuitica di Vienna, la condotta del grande
generale boemo dopo la battaglia di Lützen suscitava i più gravi sospetti.
Wallenstein, inerte in guerra, era invece attivo nelle arti diplomatiche.
Anziché sfruttare le conseguenze di Lützen come sarebbe stato logico, se
ne stava ozioso in Boemia a negoziare coi sassoni. Né la presa di
Ratisbona da parte degli svedesi, né l'impressione che questa suscitò a
Vienna, lo spinsero a un'azione efficace. Malandato in salute e roso da
ambizioni traditrici, egli aspirava ormai a una pacificazione generale
della Germania, da attuarsi col suo prestigio personale. Ma la pace di
Wallenstein non poteva essere una pace gesuitica: sarebbe stata troppo
boema, troppo tollerante per soddisfare i padri: e forse, benché non fosse
certo, egli avrebbe imposto, tra le condizioni, una corona boema per sé.
Tali fantasie però non eran destinate ad avverarsi. Si decise a Vienna che
quell'uomo era troppo pericoloso per continuare a vivere, e sul campo di
Eger i dragoni irlandesi si prestarono a sopprimerlo (1634). Le prime
vere offerte di pace vennero da quella parte della Germania che, sin
dall'inizio della guerra, aveva dimostrato minor gusto per la lotta. Lo
spirito guerresco luterano era una tenera pianticella, prosperosa soltanto
al sole delle vittorie svedesi. Cosicché quando Bernardo di
Sassonia-Weimar e Horn, i due generali a cui era passato il comando di
Gustavo Adolfo, furono sconfitti definitivamente sul campo di Nördlingen,
e la Germania sud-occidentale passò di colpo dal dominio svedese
all'imperiale, l'elettore di Sassonia si schierò immediatamente coi
luterani dalla parte dell'imperatore. La pace di Praga (1635) non fu certo
cavalleresca, ché i luterani non soltanto abbandonarono gli alleati
svedesi, ma s'impegnarono ad aiutare l'Austria a cacciarli dalla Germania;
comunque, la pace è sempre migliore della guerra e la pace di Praga,
accettata verso la fine del 1635 da quasi tutti i prìncipi importanti e le
città libere del paese, fu, data la situazione, la sistemazione migliore e
più saggia. I firmatari protestanti ottennero una garanzia per il loro
culto e l'autorizzazione a conservare ancora per un periodo di
cinquant'anni le terre e le rendite tolte alla chiesa romana.
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Trionfo di
Richelieu Ma proprio quando pareva ormai imminente una pace
generale, la guerra entrava invece in una fase nuova e completamente
secolare, perdendo l'originario carattere religioso e trasformandosi nella
lotta tra Borboni e Absburgo per la supremazia in Europa. Ben poco
rimaneva in verità dell'antico spirito teologico in una lotta in cui la
Francia cattolica e la Svezia protestante erano alleate (Trattato di
Compiègne, 28 aprile 1635) con la repubblica olandese protestante contro
la Germania luterana, l'Austria cattolica e la cattolica Spagna; in cui la
Savoia vendeva la propria amicizia ora a un partito, ora al partito
avverso, e in cui non si trattava più di problemi di fede o di rituale,
bensì di decidere se si dovesse permettere alla Svezia di conservare la
Pomerania o alla Francia di tenersi l'Alsazia. Ben poco spirito religioso
dunque, ma un insopportabile infuriare di marce e contromarce, assedi e
saccheggi, incendi, assassinii, e di tutti gli orrori che truppe
mercenarie barbare e affamate possono infliggere a una popolazione inerme.
Primo responsabile di questo lungo periodo di angoscia e di caos, fu, come
si è visto, un cardinale della chiesa romana. Per ben diciotto anni
(1624-42), il genio politico di Richelieu, primo ministro di Luigi XIII,
dominò la scena europea. Mancavano a questo imperioso prelato molte
qualità essenziali a uno statista. Completamente ignorante di economia e
finanza pubblica, non fece il minimo sforzo, nonostante il suo lungo
periodo di potere assoluto, per por rimedio alle confusioni, irregolarità
e oppressioni del sistema fiscale francese, destinato a far crollare la
monarchia. Né si preoccupò mai minimamente del lato umanitario della
politica. Una causa, e una sola dominò, dal principio alla fine, il suo
intelletto lucido, spietato e logico: lavorò unicamente e puramente per la
grandezza della Francia, nel senso in cui questo compito fu inteso da una
lunga serie di statisti francesi, da Mazarino e Luigi XIV, da Danton e
Napòleone, da Delcassé e Clemenceau, da Poincaré o dal suo allievo
Tardieu. Sin dall'inizio egli pose a se stesso tre fini: distruggere la
potenza politica degli ugonotti, riumiliare la nobiltà, e rendere il nome
del re temuto e rispettato in tutta Europa. Raggiunse perfettamente il
primo scopo, in parte il secondo; al terzo, cui era corollario la
distruzione della Germania e la caduta della Spagna, contribuì
notevolmente. Quanto poco fosse attaccato ai pregiudizi religiosi lo
dimostra il fatto che, nella sua grande impresa contro gli ugonotti, il
cardinale non si fece scrupolo d'invocare l'aiuto protestante. Per
ricevere aiuti finanziari dall'erario francese, gli olandesi furon
costretti a collaborare alla presa di La Rochelle, famosa capitale del
calvinismo francese. Per quanto tale impresa potesse apparire odiosa nella
città di Amsterdam, da un punto di vista più ampio giovava indubbiamente
agl'interessi protestanti che fosse tolta agli ugonotti la possibilità di
molestare il governo francese. Una minoranza armata, padrona di un
centinaio di città fortificate, era come un blocco di granito, ostacolo
allo svolgimento nazionale. Finché gli ugonotti formavano uno stato dentro
lo stato, Richelieu non poteva organizzare e dirigere i prìncipi
protestanti del continente contro la casa d'Absburgo: soltanto quando si
fu liberata di questo ostacolo interno (1629), la Francia poté assumere
quella parte dominante nella direzione della guerra dei trent'anni, che
riaffermò e perpetuò lo scisma religioso in Europa. I nobili non lo
intimidivano: fece giustiziare, come colpevole di congiura, Montmorency,
primo nobiluomo di Francia. Per controbilanciare la potenza
dell'aristocrazia, creò gradatamente il nucleo di un'amministrazione
civile accentrata (gl'intendenti), come pure un esercito e una flotta al
servizio permanente della corona. Dal punto di vista diplomatico,
quando si distolga lo sguardo dalle sofferenze umane, non si può fare a
meno di ammirare l'abilità con cui un prelato cristiano prolungò una
guerra barbara e inutile, la tempestiva liberalità con cui il languente
entusiasmo degli indispensabili svedesi fu ravvivato da elargizioni di
uomini e di denaro, la finezza con cui il miraggio di una pace imminente
fu fatta balenare ai loro occhi e la destrezza con cui i rivali più
temibili, danesi e polacchi, furon placati e convinti a rinchiudersi in
una tranquilla neutralità. Se anche alcuni suoi piani fallirono, come ad
esempio quella confederazione renana sotto la protezione francese che, più
e più volte, sotto Mazarino, sotto Napoleone, sotto Poincaré, fu poi
creata o tentata non possiamo tuttavia fare a meno di apprezzare un
disegno che includeva la conquista del Rossiglione, l'invasione della
Catalogna, l'unione di Mantova, Parma e la Savoia contro la potenza
spagnola in Italia, un legame matrimoniale con l'Inghilterra e la
conquista dell'Alsazia Lorena alla monarchia francese. Si osservò che,
come ministro della guerra, Richelieu aveva molti difetti, che non sapeva
creare un esercito né combinare una campagna, ch'era troppo geloso della
propria superiorità per chiamare al comando uomini eminenti, e che
soltanto nel 1643, quando già egli era sceso nella tomba, la vittoria di
Condé a Rocroy dimostrò che la Francia era di nuovo una grande potenza
militare. Tanto più dovremo dunque ammirare la diplomazia del cardinale.
Benché poco avessero fatto gli eserciti francesi, dopo i sette anni della
campagna di Richelieu, la Francia era padrona dell'Alsazia, della Lorena,
del Rossiglione, e aveva posto in freno all'avanzata della Controriforma
in Germania.
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Rovesci della
Spagna In quest'ultimo periodo della guerra (1621-65), la
Spagna, governata da Filippo IV e da Olivarez - un re fiacco e un ministro
testardo - subì quattro rovinosi disastri: la distruzione della flotta, la
rivolta della Catalogna, la perdita del Portogallo e un'insurrezione a
Napoli. Sorgente comune di tutti questi disastri fu l'ambizione della
Spagna, paese povero, esausto, mal amministrato, diviso dalla geografia e
dalla storia in compartimenti distinti e opposti, di rappresentare una
parte dominante sulla scena della politica europea. Uno statista, non
affascinato dallo splendore della guerra con l'estero, avrebbe capito che
uno stato, caduto in basso come la Spagna all'accessione di Filippo IV,
chiedeva imperiosamente un lungo periodo di pace, di economia e di riforme
civili. Con le finanze in disordine, la flotta oceanica ridotta a
un'ombra, perdute le Indie, le colonie americane attaccate ormai a un
filo, il Portogallo e Napoli frementi di malcontento, la moneta deprezzata
e i Paesi Bassi praticamente perduti per sempre, la Spagna non era più in
grado di dirigere le forze cattoliche dell'Europa contro il nemico
protestante. Olivarez era abile, vigoroso, irrequieto; ma era un
cortigiano, completamente digiuno di scienza politica. Il suo ozioso
padrone fu lusingato dall'idea di una grande guerra estera che, diretta da
un abile ministro, restituisse alla corona l'antico splendore. Ma questa
politica naufragò urtando contro lo scoglio della finanza. Per condurre
una guerra vittoriosa, occorreva a Olivarez assai più denaro di quel che
il popolo di Spagna, attraverso le cinque Cortes spagnole, fosse disposto
a concedere. Incontrò perciò resistenza dappertutto, specialmente nella
Catalogna, la provincia più ricca, ma anche più indipendente, dell'impero
spagnolo. Nel momento più inopportuno, Olivarez decise di debellare la
resistenza dei catalani, abolire i loro privilegi e imporre loro un
esercito mercenario. Ma Barcellona non era La Rochelle: era, subito dopo
Siviglia, il più ricco porto della Spagna, la capitale di una popolazione
che aveva lingua e costumi propri antichissimi, cui era più facile
fraternizzare con un provenzale che con un castigliano, e per nulla
disposta a lasciarsi considerare come una provincia della Castiglia. Nel
1640 i catalani insorsero, e l'anno seguente elessero Luigi XIII conte di
Barcellona, ponendosi formalmente sotto la protezione dei francesi. La
rivolta catalana ebbe un'immediata e grave ripercussione sulla situazione
nel Portogallo. Sessant'anni di unione, anziché migliorare, non avevan
fatto che inasprire i rapporti tra Portogallo e Spagna. I portoghesi
fremevano sotto il governo degl'incomprensivi vicerè spagnoli e si
lagnavano che Cadice avesse tolto a Lisbona la supremazia
commerciale. Ma un rancore ancor più profondo e legittimo aveva
reso il legame assolutamente detestabile. La Spagna aveva fatto perdere al
Portogallo il suo impero nell'oriente, coinvolgendolo in tutte le
inimicizie che le grandi ambizioni cattoliche della monarchia spagnola si
erano attirate. Assai scarsa era la simpatia del Portogallo per queste
ambizioni; avrebbe anzi preferito mille volte liberarsi da un legame che
portava a rovina le sue migliori attività. La politica accentratrice di
Olivarez, applicata dall'odioso Vasconcellos, rese intollerabili questi
già profondi scontenti. Vedendosi trattati come una provincia della
Castiglia e minacciati di tasse castigliane e infiammati dall'esempio dei
catalani, i portoghesi insorsero, chiamando al trono un nobile della casa
di Braganza. Fu cosa di tre ore. L'unione fu spezzata, e la scissione,
resa più profonda da ventotto anni di futile guerreggiare (1640-68), non è
stata ancora sanata. Olivarez e Richelieu avevano entrambi ragione a
credere che un maggior accentramento fosse necessario all'efficace
svolgimento dei rispettivi governi. Ma se Olivarez fallì mentre Richelieu
ebbe successo, ciò si deve al fatto che in Francia le condizioni erano
favorevoli e in Spagna contrarie all'accentramento. In Francia tutte le
strade conducevano a Parigi. In Spagna, nessuna via conduceva invece a
Madrid. Montagne e uomini son nell'Iberia ugualmente ostinati. Olivarez
non tenne conto delle montagne e tentò d'imporsi agli uomini. Contro tale
affronto alla sua quiete diletta e romita, nessuna razza al mondo poteva
reagire con maggior testarda ostinazione della razza iberica. Lo spagnolo
costruiva vasti sogni d'impero, ma non voleva pagare per attuarli. Era
assolutamente impossibile convincere un catalano dell'inadeguatezza di una
finanza medievale alle responsabilità di un impero moderno. La ripresa
della guerra con gli olandesi, spirata, nel 1621, la tregua di dodici
anni, fu un'altra speculazione che finì male per la Spagna. Alla morte di
Maurizio di Nassau, gli olandesi trovarono nel suo minor fratello Federico
Enrico uno statista e un soldato capace di dirigere la difesa nazionale.
Sotto questo comandante mirabile, e con l'aiuto di Richelieu e di un
gagliardo corpo di avventurieri inglesi, la repubblica olandese oppose una
vittoriosa resistenza agli eserciti di terra della Spagna. Gli assedi
di Hertogenbosch, di Maestricht e di Breda dimostrarono che nell'arte
poliorcetica gli olandesi non avevano perduto la virtù antica. Sapevano
conquistare città e difenderle. In una guerra di posizione, ben diversa da
una guerra di movimento, non esistevano truppe più competenti; ma le
rapide marce, le travolgenti vittorie e le operazioni su grande scala di
Gustavo Adolfo erano estranee al genio di questa razza lenta e metodica.
Gli olandesi non seppero far altro che conservare le proprie posizioni:
anche con l'aiuto francese, il compito di schiacciare la difesa
austro-spagnola nelle provincie meridionali era assolutamente superiore
alle loro forze. Il vero genio del popolo olandese non si rivelò in
questa guerra di terra ferma, ma sulle acque. Con intrepido coraggio essi
penetrarono nelle più remote e desolate parti del globo, esplorando le
Amazzoni, portando da Formosa il tè nell'Europa, fondando in Batavia il
centro di un impero orientale, e ritagliando uno stato olandese nella
grande massa del Brasile portoghese. Tra le cause che provocarono la
caduta del regno unito di Spagna e Portogallo, gli attacchi degli olandesi
alle colonie portoghesi nel Brasile e nell'isola di Ceylon debbono essere
considerati come fattori fondamentali. Contro questo continuo svolgersi
di attività coloniale, il regno iberico unito fece, alla vigilia della
dissoluzione, un ultimo gagliardo e disperato sforzo. Una forte flotta al
comando di Oquendo, uno dei migliori marinai spagnoli, fu mandata nella
Manica a lottare con gli olandesi nelle loro acque native; un'altra
armata, in parte spagnola e in parte portoghese, attraversò l'Atlantico
per riconquistare il Brasile. Ambedue queste flotte furono distrutte
dall'abilità superiore degli avversari olandesi. La battaglia delle Dune
(1639), in cui Van Tromp sconfisse Oquendo, è famosa negli annali navali
dell'Europa; ma i quattro giorni di battaglia di Itamarca, al largo della
costa di Pernambuco (1640) furono ugualmente decisivi. Queste due vittorie
olandesi, una nelle acque europee, la seconda nel sud-America, segnarono
la condanna dell'impero iberico.
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La pace di
Westfalia Causa determinante della pace di Westfalia
(1648) che conchiuse questa lunga guerra, non fu la volontà degli eserciti
rivali di Germania a imporre una decisione militare, ché tale volontà non
esisteva - essendo la guerra un'occupazione assai vantaggiosa, - ma
piuttosto il buon senso e l'umanità della regina Cristina di Svezia, la
stanchezza della Spagna, e l'impazienza di un congresso, costretto da tre
anni in due noiose cittadine della Westfalia (Münster e Osnabrück) e
ansioso di concludere un tedioso e complicato lavoro. Ma soldati svedesi,
francesi e imperiali esercitarono sino alla fine il loro mestiere con lo
stesso gusto. La lotta e il saccheggio eran per loro come l'aria che si
respira; e se i diplomatici non fossero giunti a un accordo, scossi
finalmente dal loro torpore dalla pace separata tra Spagna e Paesi Bassi
nel gennaio del 1648, Wrangel e Konigsmark, Condé e Turenne, Colloredo e
Piccolomini avrebbero continuato a combattere finché non fosse giunta
l'ora di cedere le armi a una nuova generazione di formidabili
capitani. La pace di Westfalia, corrispondente all'equilibrio delle
forze politiche e religiose dell'epoca, determinò per molte generazioni la
politica pubblica dell'Europa. Ciascuno dei protagonisti ottenne una
soddisfazione mondana; l'imperatore la corona boema, riconosciuta
ereditaria alla sua famiglia, la Francia il langraviato dell'Alsazia, la
Svezia la Pomerania occidentale e i vescovati di Bremen e Verden, e la
Baviera il Palatinato superiore. Per l'avvenire dell'Europa il più
importante di questi accordi fu l'acquisto da parte della Francia della
sovranità sull'Alsazia superiore e inferiore, a compenso del suo
intervento nella guerra del langraviato. Come vide allora uno dei suoi
diplomatici e come Mazarino comprese più tardi, sarebbe stata una
soluzione assai migliore per la Francia e meno provocatrice per la
Germania se l'Alsazia fosse stata riconosciuta come feudo imperiale che
portasse con sé uno scanno nella Dieta tedesca. Ma l'errore, ormai
compiuto, era irrimediabile. E la sfida lanciata in tal modo al popolo
tedesco, fu accolta più tardi, quando si fu sviluppato il sentimento
nazionale. Era impossibile che dalle passioni di questa guerra rovinosa
nascesse la tendenza alla tolleranza religiosa. Nessun partito era
disposto alla tolleranza; si trovò tuttavia un modus vivendi, riaffermando
il principio del cujus regio ejus religio, ch'era stato la base
della pace di Augusta, ed estendendolo alla fede calvinista. I vescovati
del nord rimasero ai protestanti. Il Palatinato inferiore, con l'aggiunta
di un ottavo elettorato, fu conferito a Carlo Luigi, figlio del Re di un
inverno, che, assumendo poco saggiamente la corona della Boemia, era stato
l'origine di tanti mali; ma la Boemia stessa e tutti i dominii ereditari
della casa d'Austria furono ceduti ai gesuiti e su questa ampia regione si
attuò il sogno di Ferdinando, che cioè a nessun eretico fosse permesso
esercitare il proprio culto o la propria predicazione. Un vero abisso
separa la Germania di Federico Barbarossa dalla debole federazione di
circa trecento e cinquanta stati (ciascuno dei quali autorizzato a seguire
una propria politica finché non si opponesse a quella dell'imperatore)
uscita dal congresso di Westfalia. Mentre il Barbarossa esercitava sulla
Germania un'autorità reale, anche se irregolare, ora la potenza
dell'imperatore, benché riconfermata nell'Austria, nella Boemia e
nell'Ungheria, non era che un'ombra fra i tedeschi. Svizzera e Paesi Bassi
appartenevano un tempo all'imperatore: ora l'indipendenza della repubblica
svizzera era formalmente riconosciuta e i Paesi Bassi, benché nominalmente
facessero ancor parte del distretto della Borgogna, si erano praticamente
scissi in una provincia spagnola e in una repubblica olandese. E se
anticamente la Germania era una potenza dominante nel mondo, ora era poco
più che zero, e a un'unica fede religiosa se n'erano sostituite tre. Le
divisioni della Germania e la prostrazione della Spagna diedero
all'ambizione militare francese possibilità di cui Luigi XIV e Napoleone
seppero pienamente giovarsi.
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